Come costruisco una scena di combattimento senza tradire la realtà

Quando qualcuno mi scrive che le scene di lotta dei miei romanzi sembrano “vere”, sorrido sempre. Perché la verità è che ogni volta ho paura di sbagliare.

E no, non è falsa modestia.

Per quanto ami scrivere scene d’azione, conosco bene il rischio di cadere nell’effetto cinematografico: personaggi che continuano a combattere come se non sentissero dolore, colpi spettacolari ma impossibili, tecniche usate nel momento sbagliato.

Sono dettagli che la maggior parte dei lettori probabilmente non noterà.
Chi pratica, invece, sì.

Ma c’è anche un altro problema, tipico di chi certe cose le ha vissute davvero: l’eccesso di precisione.

Soprattutto quando si tratta di combattimenti corpo a corpo, nonostante io non pratichi più da anni, il mio cervello entra in quella modalità. Ciò implica che senza accorgermene presti un’attenzione maniacale a dettagli minuscoli: l’angolazione di un colpo, la posizione di un piede, di una mano, del busto. Dettagli preziosi quando si pratica.
Ma che a livello narrativo, sulla carta, rallentano la scena, fanno calare la tensione o, nel peggiore dei casi, tediano chi legge.

È a tutti questi aspetti che devo pensare contemporaneamente. Alla precisione, ma anche al ritmo. Alla tensione, senza perdere coerenza. All’immediatezza, senza sacrificare la realtà.

Da dove nasce questa attenzione?

Per circa otto anni ho praticato arti marziali.

Ho iniziato con una breve esperienza nel Ninjutsu e ho poi continuato nell’Aikijutsu, disciplina che mi ha accompagnata molto più a lungo. Con il mio Sensei ho partecipato anche a due corsi di difesa personale femminile: il primo come allieva, il secondo come assistente.

Non sono un’atleta professionista.
Non ho mai combattuto nella gabbia.

Ma quegli anni mi hanno lasciato il rispetto per il corpo e per ciò che può davvero fare. Mi hanno insegnato che il corpo ha dei limiti. E che, quando li rispetti anche sulla pagina, il lettore in qualche modo lo sente.

Ed è una differenza enorme quando scrivo.

La scena che mi ha fatto venire i dubbi

In Unleashed Souls c’è un combattimento durante un allenamento di MMA.

Ryū perde il controllo.
Mike è costretto a intervenire.

Kevin crolla sulle ginocchia.
Dovrei fermarmi. Dovrei…
Scendo con lui. Un destro al volto.
Un altro.
Un terzo al corpo.
«Stop!» La voce di Mike attraversa la gabbia.
I pugni si rovesciano su Kevin, eludendo il ritmo del mio respiro.
Un ultimo colpo alla tempia. Secco. Superfluo.
Lui si affloscia sul tappeto.
Silenzio.
Prima ancora che mi sia rialzato del tutto, Mike mi afferra per la spalla e mi spinge indietro di mezzo passo. Riafferma il confine che ho valicato.
«È allenamento.» La sua voce è bassa. Controllata. 
Respiro a denti stretti. Il sangue rimbomba nelle orecchie.
«Lo so.»
Non mi molla subito. Mi guarda negli occhi, come uno che mi conosce da troppo tempo.
«No» dice piano. «Non lo sai.»
Vicino a noi, due ragazzi sollevano Kevin. È cosciente, anche se confuso. Mike segue la scena con la coda dell’occhio. Poi torna su di me.
«Cosa cazzo ti sta succedendo?»

Mentre scrivevo quella scena ero soddisfatta della parte emotiva.
Ma quella tecnica?

Avevo studiato diversi incontri, scelto con cura le dinamiche e le successioni. Tuttavia, non ho mai vissuto la gabbia.
Così ho proceduto come faccio spesso quando entro in un territorio che conosco solo in parte: ho chiesto una consulenza.

Ho avuto la fortuna di poter mostrare il capitolo a un autore ed editor che pratica arti marziali. La sua disciplina principale è un’altra, ma si allena anche nelle MMA.

E poi è arrivato il momento della verità.

Quello in cui l’altra persona legge… e tu cerchi di capire dalla faccia se hai scritto una cosa credibile o delle stronzate per cui sarebbe meglio che andassi a nasconderti 😅

Lo osservavo quasi più di quanto lui fosse concentrato sul testo.

Ogni sorriso.
Ogni cenno con la testa.
Ogni micro-espressione.

Il dettaglio che mi ha tranquillizzata

A un certo punto ha sorriso. Si è girato e con un cenno di assenso mi ha detto: “Bella, davvero”.

Ha apprezzato in modo particolare un dettaglio che probabilmente molti lettori leggeranno senza soffermarcisi.

Ryū blocca un calcio usando la tibia.
Ma lo fa prima che il calcio parta davvero.
Quando è ancora nella fase di caricamento.

Per chi non pratica può sembrare un particolare insignificante, ma nella realtà cambia tutto.
Se aspetti che il calcio sia completamente sviluppato, l’energia cinetica diventa enorme e il rischio di farsi molto male aumenta drasticamente. È uno di quei dettagli minuscoli che non servono a impressionare chi legge.

Servono a non tradire chi quell’esperienza la conosce davvero.

La parte che mi ha fatto sorridere

Poi è successa una cosa che non avevo previsto.
Mi ha guardata e…

“Il mio maestro una volta mi ha fermato esattamente come Mike fa con Ryū.”

In quel momento ho pensato che forse la scena aveva davvero trovato il suo equilibrio.
Non perché fosse spettacolare.
Ma perché qualcuno ci aveva riconosciuto un frammento di realtà.

È questo che cerco

Quando scrivo un combattimento non penso mai soltanto ai colpi.
Penso alla fatica.
Alla respirazione.
Alla distanza.
Ai tempi.
Agli errori.

Al momento in cui qualcuno smette di ragionare e comincia semplicemente a reagire. È lì che, secondo me, una scena smette di sembrare coreografata e comincia a essere viva. Perché è proprio questo l’equilibrio più difficile da trovare: essere abbastanza precisa da non tradire chi conosce quel mondo, ma abbastanza invisibile da non interrompere mai la storia.
E forse è anche per questo che continuo a chiedere confronti, consulenze e pareri.

Perché raccontare una storia significa anche avere l’umiltà di verificare che ciò che immaginiamo possa esistere davvero.


Laboratorio di scrittura è la rubrica in cui apro il mio taccuino di lavoro e vi porto dentro il processo creativo che c’è dietro ai miei romanzi. Ogni articolo affronta un aspetto diverso: ricerca, documentazione, struttura narrativa, worldbuilding o revisione.

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