1. Disquite
Vincent
La vibrazione del cellulare sul tavolo mi strappa una smorfia di disappunto.
«Non iniziamo subito con le rotture di coglioni» borbotto verso il telefono.
Finisco di versare il caffè appena fatto nella tazza e ne bevo un sorso, mentre apro il messaggio.
Christa: “Non deludi mai le aspettative”.
Scuoto la testa e lo cancello. Dovrei essere lusingato, invece, non provo nulla. Anzi, un sottile fastidio punge la pelle e acuisce il senso di fastidio con cui mi sono svegliato. Ero andato a colpo sicuro alla cena, sapevo che Christa sarebbe stata disponibile e, infatti, è bastato poco perché giungesse la richiesta di riaccompagnarla a casa. L’ennesima sessione di ginnastica da camera, fin troppo scontata, ma comunque un diversivo piacevole al termine del quale mi sono dileguato. Un copione ormai stantio, ma l’unico in grado di darmi una certa sicurezza.
Le labbra si contraggono in una smorfia in bilico tra disgusto e noia. La prevedibilità ha dilaniato il piacere più semplice. Fino a dove posso spingermi per ritrovare qualcosa che mi restituisca un brivido?
Esco in balcone e appoggio lo smartphone sul parapetto. Stringo la tazza con entrambe le mani, soffio piano e inspiro l’aroma della miscela, forte e intenso. Lo allontano quanto basta per lasciare che il profumo salmastro dell’oceano lo contamini.
Inquietudine.
Questa sensazione mi ha addirittura svegliato troppo presto e mi sta irritando. Butto giù un altro sorso e lo assaporo con calma, osservando la distesa d’acqua agitata che mi si staglia innanzi. Ho scelto con cura il luogo, selezionandolo accanto all’elemento che più di tutti riesce ad acquietare la mia anima, ma abbastanza isolato da evitare gente e pensieri. Pensieri: la mia condanna e il lasciapassare per il successo.
Ma cosa mi ha disturbato, quindi?
Lo squillo del cellulare strappa via la mia attenzione dall’orizzonte su cui mi ero perso.
Non ho bisogno di guardare il display per sapere chi è. «Ciao, Katia.»
«Vince, sei già sveglio?» Il tono è sorpreso, eppure la immagino senza sforzo intenta a sogghignare, con un cipiglio allusivo. «Mi devo preoccupare?»
«No, tranquilla, Christa non è il tuo tipo.»
«Dio me ne scampi! Non so come tu faccia a sopportarla. Invece, se vuoi darmi il numero della rossa della settimana scorsa…»
«Non ricordavo di pagarti per essere sfruttato in questo modo. Non sono il tuo Cupido personale» scoppio a ridere.
«No, sei il mio capo e mi paghi perché sono super efficiente, oltre che una delle poche a non caderti ai piedi.»
«Hai ragione, per di più ogni tanto mi levi di torno quelle a cui non piace essere scaricate alla svelta. Un ottimo compromesso e ci guadagniamo entrambi.» La risatina che Katia sciorina è carica di un’insolita tensione. «Che succede?»
Sospira. «C’è un piccolo cambio di programma.»
Detesto i cambiamenti e le sorprese da quando avevo diciassette anni; pur non conoscendone il motivo, la mia efficiente assistente ne è informata ed è giustamente sulle spine. Non sono un uomo che finge gentilezza, preferisco il ruolo dello stronzo senza cuore sia sul lavoro sia nella vita privata.
«Vince?»
«Parla.» La voce esce dura vibrando lungo la gola, seguita da uno sbuffo di rabbia dalle narici e un sussulto delle spalle, che rischia di farmi rovesciare un po’ di caffè.
«Il CEO della UniqueCon Enterprise ha spostato l’appuntamento.»
Un attimo di silenzio e i muscoli si tendono ancora di più. «Quando?»
«Ecco… non è ‘quando’, ma ‘dove’.»
Sospiro rassegnato. Katia lavora per me da cinque anni e tanta titubanza può essere data da un solo motivo: il luogo dell’appuntamento non mi piacerà.
Dato il protrarsi della sua esitazione, mi sforzo un attimo più del solito. «Avanti, non ti farò una scenata al telefono.»
«Aspetterai di arrivare in ufficio?»
«Se non la smetti, ti licenzio» sibilo a denti stretti.
«Nei loro uffici, alla sede centrale nella City.» Fa una pausa e a stento trattengo un’imprecazione. «Ho già prenotato il volo.»
«Ci manderei te!»
«Andrei volentieri, ma non ho le tue competenze e hanno richiesto espressamente—»
«Di portare avanti la trattativa col presidente.» Termino la frase al suo posto. «Lo. So.»
Chiudo la chiamata e finisco il caffè ormai tiepido. Col tempo ho imparato ad evitare i luoghi molto affollati o a frequentarli giusto per qualche ora, così da tenere sotto controllo la mia particolare dote ed evitare tremende emicranie. Purtroppo, stavolta non posso defilarmi, né delegare il lavoro.
«Giornata di merda!»
Rientro, mi sbarazzo della tazza e attendo l’e-mail di Katia con tutti i dettagli, infilandomi nella doccia.
L’acqua fredda mi scivola addosso e chiudo un istante gli occhi, nel tentativo di riprendere il controllo mi ritrovo catapultato nei ricordi di diciotto anni fa, al primo grande cambiamento che mi ha travolto e mostrato lo schifo che avevo intorno: quello che credevo essere il mio migliore amico si scopava la mia ragazza. La cosa sconvolgente fu scoprirlo dai loro pensieri, perché fu la prima volta che riuscii a distinguerli chiaramente dai miei. Sì, perché mi consideravano un coglione e trovavano divertente farmela sotto al naso, usarmi come alibi, sfruttarmi come potevano. Le voci mi avevano fatto venire la nausea e l’acido mi corrodeva la gola e, forse, l’anima stessa, mentre continuai a sentirle per ore insieme a mille altre. In un caos di pensieri, i miei erano rimasti imbrigliati in una rete di rabbia apatica.
Non capivo, non a quel tempo almeno.
La testa sembrava volermi scoppiare, a mano a mano che i minuti si affastellavano uno sull’altro. Fino a che non giunse il tardo pomeriggio e con esso la chiarezza. Raggiunsi i due stronzi sulla collina e rimasi a fissarli immobile accanto a un albero. Non si erano accorti di me e quando accadde, nessuno proferì parola. Solo i loro occhi a specchiarsi nel mio freddo disprezzo, la loro umiliazione davanti al mio ghigno che sanciva una promessa: vendetta. Avevano perso al loro stesso gioco e ne ebbero la conferma nel giro di un anno.
Finisco di lavarmi ed esco, riempio i polmoni e fisso il mio riflesso allo specchio. «Io vinco sempre.»
